12 maggio 2017

How to make an Apple Pie... and see the world

Quante volte ho parlato, scritto, sognato del mio libro-progetto?
Tante. Troppe.
Un progetto aleatorio, senza basi o programmi da seguire. Fino a quando mi sono imbattuta in un libro illustrato di Marjorie Princeman: How to make an apple pie and see the world, ed ho capito che la mia idea non era così folle.
Perché impelagarmi in un libro illustrato? Perché amo scrivere e adoro disegnare. Perché con il disegno posso arrivare dove non arrivo con le parole. E viceversa.
Dal prossimo post in poi, questo mio vecchio blog sarà il mio blocco note digitale. Ospiterà la bozza del mio libro.
Quando (o se) il mio progetto prenderà definitivamente piede potrei pure chiudere definitivamente questo mio blog e questa sarebbe la conclusione degna per questo mio alter ego virtuale.
Non ha mai avuto una identità vera e propria, né ho mai cercato, ed ho sbagliato, di dargli un indirizzo. A quei tempi ero interessata ad altro e volevo raggiungere altro. Non ho ottenuto quello che volevo. A pensarci adesso non è stato un vero e proprio male. Se avessi ottenuto quello che pensavo di desiderare non avrei attraversato il mio "momento creativo". Quando ho smesso di scrivere su questo blog sono stata investita da tante idee e spirito creativo da restarne stupita. Ora però devo mettere ordine perché si sa che le idee arrivano veloci, ma scivolano via come saette.
Credevo che in questi anni ci sarebbe stato lo spazio e il tempo per concepire un figlio. Ho sempre pensato ad una figlia, a dire il vero. E da egocentrica quale sono, me la sono sempre figurata come la me bambina: capelli rossi, naso a patata, occhi grandi e faccia rotonda come una mela e con il mio distintivo sorriso. Il tipico sorriso misto pianto e misto espressione beffarda. Ma niente. Ho atteso un po', ma ho capito che non sarebbe arrivata. Non in carne ed ossa almeno.
Un libro non è un figlio mi direbbe qualcuna che fa della maternità l'unica sua ragione di vita, ma io non la penso così. Dipende cosa è un libro per te. Il mio libro lo porto in grembo da tanto, troppo tempo. Lo coccolo, lo veglio, lo nutro di idee. Era già dentro di me quando ho iniziato a leggere e perdermi dietro le storie, i racconti, le favole della buona notte. Il mio libro ha subito una gestazione lunghissima e si è radicato dentro di me in modo talmente profondo che temo il momento nel quale verrà fuori perché ne sentirò la mancanza.
E poco importa se sarà stampato in una sola copia, se rimarrà la mia sola creatura. Il mio libro nascerà e il suo primo vagito sarà il rumore lieve delle pagine che la mia mano girerà, il suo odore sarà quello della carta dei sussidiari, peserà pochi etti, ma avrà un suo spessore. Non avrà indici o prefazioni, ma sarà storia e immagini. E parlando di lui mi accorgo già che non sarà. E'.
 
 

24 gennaio 2017

Gratitudine

Esercitare la gratitudine non è dire grazie e basta per quello che si ha, ma dire “grazie perché …” solo dopo aver osservato il problema da un’altra prospettiva e avere scovato un aspetto positivo. E spesso questo corrisponde nel formulare un pensiero contrario a quello che di solito viene formulato.
La vita è fatta di momenti negativi, positivi e momenti neutri. In genere quest’ultimi sono quelli che precedono l’avvento dei primi due. I tipici momenti nei quali si dovrebbe stare all'erta anche se non servirebbe a niente comunque.
L’esercizio di formulare pensieri di gratitudine, naturalmente, è un esercizio che presenta gradi di difficoltà diversi a seconda di chi dovrà svolgerlo. Un’ottimista o un fortunato ringrazierebbero sempre e comunque, senza prendersi la briga di osservare la propria vita da una prospettiva differente. Cosa che sarebbe sbagliata, fra l’altro, ma l’ottimista è una persona che piace a tutti, non ammorba la vita degli altri con i suoi problemi. Sorride sempre, ha bei denti, un bel sorriso, un’auto nuova, una casa a zero impatto ambientale. Ha due figli educatissimi e una moglie sempre perfetta (o un marito amorevole). Se arrivasse scendendo dal cielo con un ombrello sarebbe perfetto. No. L’ottimista non va bene. Mettiamolo da parte.
L’esercizio della gratitudine per un pessimista è un esercizio arduo. Il pessimista ha anni di esperienze negative alle spalle che lo hanno reso tale e chiavi di lettura per niente rosee, di problemi e impedimenti. Come fa un pessimista a modificare prospettiva? Non lo fa. Perché ormai è andato. L’idea lo potrebbe incuriosire, potrebbe addirittura entusiasmarlo, ma al primo intoppo (che si verificherà nell’attimo esatto in cui deciderà di applicarsi) manderà tutto all'aria giustificando tutto quanto con la frase che gli viene più facile pronunciare: “Lo sapevo”.
Un ottimista e un pessimista fallirebbero, ma per motivi diversi. Vorrei fallire da ottimista, ma appartengo alla seconda categoria e da un po’ mi chiedo se davvero si può cambiare. Uscire dai confini noti e avere il coraggio di guardare le cose con occhi diversi. Anche i problemi.
Avevo provato il gioco dei dieci minuti. Una volta al giorno, per dieci minuti, bisogna fare qualcosa di diverso, qualcosa che solitamente non faremmo mai. Avevo provato sulla mia pelle che sì, uscire dal noto porta un po’ a sentirsi disorientati, ma è una vertigine eccitante. Poi ho smesso. Perché io ho una capacità di impegno pari a zero. Parto a razzo, mi entusiasmo, produco idee, mi intaso di proponimenti salvo poi tornare nel mio giaciglio perché tanto mi sono stancata di ripetermi “Lo sapevo”.
Riusciamo a ritagliarci ampi spazi di giornata per fare cose che non vorremmo fare. Che dobbiamo fare e per le quali non mostriamo e non avremo mai alcuna attitudine. Eppure lo facciamo. Ma quando si tratta di ritagliarci dieci minuti per noi, soltanto per noi entriamo, almeno io lo faccio, nel pallone più assoluto.
Così, ho deciso di regalarmi del tempo. Una volta al giorno, dieci minuti da dedicare anche a quello che sta dentro di me e non solo fuori. Cercare di provare a cambiare il mio vecchio punto di vista senza però incorrere nell’errore di modificarlo con un altro. Cercando di non fossilizzarmi su nulla e mantenere la mia mente e la mia attenzione elastiche. Sarà molto difficile per me, ma non ho molto da perdere, se non dieci minuti al giorno del mio tempo. Inizio ad uscire dalla mia zona di sicurezza e a dire pubblicamente (per quanto pubblico possa essere questo mio blog) dove voglio arrivare.
Inizio dall’obiettivo numero uno.
Voglio dare vita al mio libro illustrato. Voglio tirare fuori dai cassetti le bozze scritte e cancellate, i disegni buttati giù e nascosti come le vergogne. I miei nuovi dieci minuti sono questi che ho speso nel buttare fuori una cosa che ho sempre tenuto nascosta dentro.

E pare che appena cliccato su “Pubblica” non potrò rimangiare quello che ho scritto. Se cancellassi questo post, anche per soli dieci secondi, il mio scopo l’avrei svelato. Per soli dieci secondi, la mia vita l’avrei vissuta cambiando punto di vista. Nonostante tutto sarebbe comunque un bel passo avanti.